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"Non viaggio per scappare, ma per scoprire"

Nuova Zelanda – Isola Sud

Roadtrip agli antipodi

Il mio roadtrip nella South Island della Nuova Zelanda è iniziato a Christchurch alla metà di settembre. La capitale del Canterbury è stata colpita duramente da alcuni terremoti tra il 2010 e il 2011, ed i segni sono ancora visibilmente presenti ovunque. Non c’è una via senza cantieri o coni arancioni, e nei pochi posti dai quali questi sono spariti si riconoscono facilmente case e basse palazzine nuovissime.

L’attrazione principale della città è la Cattedrale, la cui facciata è anch’essa crollata a causa dei terremoti. Le (poche) altre cose interessanti si trovano tutte in zona: un bellissimo ed enorme giardino botanico, un museo gratuito e una galleria d’arte contemporanea (che essendo contemporanea è interessante, ma non bella). A Christchurch è presente anche una spiaggia, a New Brighton, molto carina.

Il cantiere della Cattedrale di Christchurch

La città è servita ottimamente da decine di linee di bus, che partono tutti dalla centralissima Bus Interchange. Con la coloratissima tessera ricaricabile Metrocard si paga agilmente la corsa appena si sale sul bus, con una spesa massima giornaliera inferiore ai 10 NZ$, che se raggiunta farà diventare gratuite tutte le altre corse per il resto della giornata.

Col mio campervan ho lasciato Christchurch dopo tre giorni e sono partito verso nord, seguendo la costa orientale dell’isola. La prima tappa è stata al Distretto di Kaikoura, dove un clima ancora invernale ha accolto me, e l’amica che viaggiava con me, con cieli e panorami grigi. In estate pare essere uno dei posti più apprezzati dai turisti, a settembre molto meno.

Continuando verso nord ho raggiunto Picton, una pittoresca cittadina infossata tra alcuni fiordi, famosa unicamente per essere il porto di arrivo/partenza del traghetto per Wellington e l’Isola Nord. Lasciata velocemente la cittadina abbiamo guidato verso ovest, attraversando lunghe catene montuose piene di tornanti per sbucare a Nelson – sulla costa settentrionale – una delle città più belle dell’Isola Sud. Famosa per l’alto numero di giorni di sole all’anno, è dotata di una lunga e bella spiaggia, un’accoppiata che l’ha fatta diventare una delle mete preferite dai turisti, i backpackers e, ovviamente, i neozelandesi che ci vivono.

Nelson è anche il punto di partenza migliore per visitare l’Abel Tasman National Park, considerato il più bel Parco Nazionale dell’intero Paese. Se attrezzati con tende e sacchi a pelo è possibile percorrere il trekking intero, di cinque giorni, che lo attraversa. In caso contrario l’unico modo per visitarlo è farsi abbandonare su una spiaggia deserta da una barca, che fa la spola tra il parco e Marahau. Noi, per esempio, ci siamo fatti abbandonare a Torrent Bay (37 NZ$ a testa), per poi fare il trekking a ritroso (16 km, circa 6 ore) fino a Marahau e al nostro van. Il parco è eccezionale, con il sentiero che si snoda in mezzo alla foresta per sbucare improvvisamente su spiagge bianche e deserte.

Lasciata la zona, dopo circa tre giorni, ci siamo diretti verso la costa Ovest, fermandoci brevemente al pacifico e isolato Lago Rotoroa, per poi raggiungere Westport e le curiose formazioni rocciose note come Pancake Rocks, a Punakaiki.

Il clima tiepido del nord si affievoliva man mano scendevamo per la costa ovest, raggiungendo prima la gola Hokitika Gorge, le cui acque hanno un particolare colore grigio-azzurro dovuto alla loro origine glaciale, e poi la zona dei ghiacciai.

Il Franz Josef Glacier arretrato

I due ghiacciai più famosi e imponenti della Nuova Zelanda sono a pochi chilometri di distanza l’uno dall’altro, e sono gli unici a queste latitudini ad essere così vicini al mare. Da nord a sud il primo che si incontra è il Franz Josef Glacier, che se ne sta lì “immobile” in mezzo a due pareti di roccia, sfoggiando tutti i suoi bianchi e azzurri. Per motivi di sicurezza è possibile arrivare solo fino a 750 m dal ghiacciaio, ma se siete ricchi potete invece camminarci sopra (in un altro punto ovviamente) dopo esservi depositati con degli elicotteri, come se ne notano a decine che gli svolazzano sopra come zanzare tutto il giorno.

Poco più a sud c’è il Fox Glacier, che è molto più brutto e sporco, ma che vanta panorami e paesaggi incredibilmente spettacolari tutt’intorno. Entrambi i ghiacciai si sono ritirati di CHILOMETRI in poche decine di anni, per via del riscaldamento globale, che esiste, ed è stato creato dall’anidride carbonica emessa dall’uomo, tramite industrie, motori e, soprattutto, allevamenti intensivi. Al parcheggio del Fox e del Franz Josef ci sono cartelli con le foto del livello del ghiaccio nel corso degli anni, e i rispettivi grafici delle temperature. Impressionante, soprattutto come alla maggior parte della gente non freghi un cazzo.

Vicino al Fox, c’è anche un lago famoso come “lago specchio” per via dei suoi riflessi, il Lago Matheson. Io ci sono capitato in un giorno uggioso, che con vento e pioggia increspava l’acqua, e le montagne che si sarebbero dovute riflettere erano quasi totalmente nascoste dalle nuvole. Comunque sia, vedendo le foto del luogo in giornate assolate, è assolutamente chiaro come sia soltanto una trappola per turisti (è lontano dalla cittadina di Fox ma, ovviamente, c’è un grande café con negozio di souvenir).

Il “lago” è un semplice stagno (ci si fa il giro completo in circa un’ora e mezza), circondato da alte erbacce e con un paio di punti di osservazione buoni solo per il vostro Instagram (se c’è il sole). L’intero sentiero è quasi completamente avvolto dal boschetto circostante il lago, e quindi non si cammina mai costeggiando davvero l’acqua. Evitatelo. Ci sono laghi veri più a sud.

Lasciata l’area dei ghiacciai ho proseguito verso sud. Una strada di 262 km ci ha portati fino a Wanaka, cittadina a sud dell’omonimo lago. La strada costeggia il Mar di Tasman per un lungo tratto, fino a Haast, per poi proseguire attraversando il Mount Aspiring National Park. I panorami lungo questi 200 km sono pazzeschi.

Il Lago Wanaka, famoso per l’alberello solitario che cresce in mezzo alle sue acque a pochi metri dalla riva, è servito dalla piccola città che porta lo stesso nome e poco altro. Purtroppo il tempo non ci ha permesso di scalare il vicino Roys Peak, da dove avremmo potuto godere di una vista mozzafiato sull’intero lago. Se possibile, saliteci.

Ripartiti la sera stessa abbiamo attraversato le alte montagne innevate seguendo la strada per Queenstown. La “capitale dello sci” Neozelandese è una cittadina molto piccola – circa 12.000 anime – che sembra, invece, enorme. Probabilmente questo a causa dell’impressionante quantità di turisti che la invadono, sette giorni su sette e durante tutte le stagioni, col risultato che i parcheggi sono quasi impossibili da trovare (l’unico gratuito è vicino al parco cittadino), e il traffico è allucinante. Un altro esempio di superturismo è l’hamburgeria Ferburger, talmente famosa (!) che la sua coda finisce in strada. Mezz’ora per ordinare, e mezz’ora per aspettare il panino. Un hamburger costa in media 13 Dollari (solo il panino, senza patatine o drink). Io conosco i prezzi perché sono curioso e ho guardato il loro sito. Non ci sono entrato ma mi sono limitato a ridere della folla passandoci accanto col van.

Dopo due giorni in città, ospitati da un essere umano incredibilmente buono di nome Mark e sua figlia Milly, tramite AirBnb (ovviamente in città, o vicino a essa, non è possibile campeggiare in nessun punto), ci siamo diretti all’incantevole e tenebroso Milford Sound.

Questo è un enorme fiordo (forse il posto più famoso della Nuova Zelanda) a quattro ore di macchina dalla città dove, per visitarlo, è possibile scegliere tra una crociera su un traghetto o un volo in elicottero/aeroplano (Indovinate? Questo è per i ricchi). Il traghetto delle 13 è quello più pieno di turisti – e il più costoso, 89 NZ$ – perché di solito riempito dai tour che partono da Queestown con i bus turistici. Noi, che avevamo saggiamente campeggiato alla più vicina Lumdsen, abbiamo potuto prenotare quello delle 11 (55 NZ$). A metà strada, però, una valanga caduta nei giorni precedenti ci ha rallentati di almeno due ore, ma la nave ha aspettato noi e le decine di auto rimaste bloccate con noi. In inverno capita abbastanza spesso.

La “crociera” nel fiordo comunque è stata molto bella, ed è forse più imponente vedere il fiordo con pioggia e nuvole che non in una giornata serena. Ad ogni modo la crociera è il minimo che si possa fare, se si decide di percorrere tutta quella lunga strada tortuosa (e bellissima) fino a Milford Sound.

Dopo altre due notti di sosta alla bella rest area di Lumsden (il vecchio custode col cane vi sommergerà di storie e domande), abbiamo raggiunto Invercargill, città all’estremo sud dell’isola, della quale Mick Jagger una volta disse “è il buco del culo del mondo”. Cos’altro aggiungere?

Poco oltre la città si trova Curio Bay, dove è possibile osservare i pinguini degli antipodi tornare ai loro nidi ogni giorno, circa un’ora prima del tramonto. Dopo averli attesi per tutto il piovoso pomeriggio, ci siamo diretti alle scogliere indicate, e finalmente, dopo un’ora e mezza di freddo e vento, ne è apparso uno solo. Lontanissimo. Poi s’è fatto buio e ce ne siamo andati.

Da lì si poteva solo risalire, perciò il giorno seguente abbiamo iniziato la strada verso nord, costeggiando la costa orientale dell’isola. Bellissimo è Nugget Point, una serie di faraglioni con una scogliera a picco sul mare e un faro, pochi chilometri a sud di Kaka Point.

Dopo una giornata a Dunedin (in questo caso la pillola storica l’ha data Keith Richards: “Era una piovosa domenica a Dunedin nel 1965, non credo si possa trovare qualcosa di più deprimente in nessun altro posto del mondo. Dunedin fa sembrare Aberdeen come Las Vegas”), dove il punto migliore è stato indubbiamente l’incredibile scogliera di Tunnel Beach, mi sono diretto verso l’entroterra per avvicinarmi ad Aoraki/Mount Cook, la montagna più alta della Nuova Zelanda.

La strada che taglia trasversalmente l’isola da Dunedin a Twizel è sicuramente sul podio delle strade più belle in assoluto che io abbia mai percorso, per la qualità dei suoi panorami sublimi.

Poco dopo Twizel si trova il Lago Pukaki, tinto di un azzurro intenso e nel quale si rispecchiano perfettamente (qui sì) le catene montuose che lo costeggiano a ovest e nord. In lontananza svetta la doppia cima del Mount Cook, perennemente innevato e splendente di sole. Intorno alla montagna è possibile percorrere alcuni trekking in giornata, uno dei quali porta al Glacier Tasman Lake, un lago glaciale sulla quale galleggiano lentamente degli iceberg.

La Via Lattea nella Dark Sky Reserve

Un’area geografica che si estende per decine di chilometri, e ha il suo centro tra i laghi Pukaki e Tekapo (quest’ultimo niente di eccezionale, forse per l’inutile e brutta cittadina omonima), è stata classificata come una delle uniche dieci Dark Sky Reserve al mondo. Da un punto qualsiasi di questa zona – stando lontani da fonti di luce artificiale – è quindi possibile osservare la Via Lattea ad occhio nudo, ed immortalarla in scatti magnifici.

Abbiamo lasciato la zona dei laghi dopo tre giorni per tornare sulla costa est, e ricominciare la lenta risalita verso Christchurch (tanti auguri se decidete di guidare in città, e munitevi di qualche milione di NZ$ se volete parcheggiare un’ora in centro), che ho raggiunto alla metà di ottobre. Durante gli ultimi tre giorni spesi qualche chilometro a sud della città, ci siamo recati all’ultima tappa del viaggio, ovvero la Banks Peninsula. Questa penisola circolare a sud di Christchurch si è formata in seguito ad alcune eruzioni vulcaniche, 8 milioni di anni fa. Una bellissima strada panoramica mi ha permesso di costeggiare i vecchi crateri salendo fino in cima alle montagnette, per poi ridiscendere nella pittoresca cittadina francese (sì) di Akaroa.

Giorni totali: 29 (26 sulla strada)

Chilometri percorsi: 4.369,6 Km

Spesa carburante totale: 1.200,00 NZ$ (prezzo medio: 2,45 NZ$/l)

Docce fatte: 2

Clicca qui per vedere la galleria completa del viaggio!

 

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